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Microplastiche: tracce nella placenta umana

MicroplasticheDa una recente ricerca condotta dall’ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche su 6 placente, dopo parti e gravidanze normali, è emersa la presenza di microplastiche in 4 di esse. Sono stati infatti trovati 12 frammenti di microplastiche: 5 nel lato fetale, 4 nel lato materno e 3 nelle membrane amniotiche. Tutti i frammenti sono pigmentati e caratterizzati per morfologia e composizione chimica.

Attraverso la spettroscopia Raman, in dotazione al Dipartimento di Scienze della vita e dell'Ambiente del Politecnico delle Marche, i ricercatori hanno identificato nelle placente 12 frammenti di materiale artificiale, particelle tra i 5 e i 10 micron, cioè grandi come un globulo rosso o un batterio.  Dei 12 frammenti, 3 sono stati chiaramente identificati come polipropilene (materiale con cui vengono realizzati per esempio le bottiglie di plastica e i tappi) e 9 di materiale sintetico verniciato.

La notizia ha suscitato notevole scalpore perché è la prima volta che viene segnalato il loro ritrovamento in un organo così particolare come la placenta. Eppure, non c’è molto da stupirsi visto che la produzione globale di plastica ha raggiunto 320 milioni di tonnellate all’anno e, nella sola Europa, nel 2014 ne sono state prodotte ben 58 milioni di tonnellate. La plastica, una volta rilasciata nell’ambiente, subisce una degradazione che dà origine a particelle di dimensioni micrometriche o anche inferiori, ormai ubiquitarie, visto che sono state ritrovate non solo nelle profondità degli oceani e nelle sommità dei ghiacciai, ma anche nell’intestino di svariati animali, uomo compreso.

Da dove derivano le microplastiche?

Le microplastiche, tuttavia non derivano solo dalla degradazione di frammenti più grandi, ma sono anche prodotte intenzionalmente ed utilizzate nei più svariati settori, a cominciare dai prodotti per l’igiene personale e la cosmetica. Dal 1° gennaio 2020 vige il divieto di utilizzare microplastiche nei prodotti cosmetici da risciacquo (esfolianti, scrub etc.), ma questo non è evidentemente sufficiente per ridurre drasticamente la loro presenza nell’ambiente. Ancora poco sappiamo sui rischi per la salute conseguenti a presenza di microplastiche nei nostri corpi, ma è verosimile che molte di esse possano agire come “interferenti endocrini”, ovvero siano in grado di alterare i delicatissimi equilibri ormonali che regolano funzioni metaboliche, immunitarie, riproduttive, nervose, anche con effetti transgenerazionali.

Da una grande mole di studi già sappiamo che sono centinaia le sostanze chimiche estranee, dai pesticidi ai metalli pesanti, presenti nei corpi delle madri che arrivano al feto nel periodo più delicato della vita, potendo comprometterne il fisiologico sviluppo. Nel 2015, la Federazione Internazionale degli Ostetrici e Ginecologi ha condotto un’indagine in Francia su come l’argomento viene percepito e veicolato dagli operatori sanitari alle donne in gravidanza. In Italia non sono stati condotti studi di questo genere ma è da sottolineare l’impegno dell’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE) che ha realizzato un opuscolo informativo su questa tematica.

Ridurre drasticamente la produzione di plastica anche attraverso tassazione e divieti come indicato dalle normative europee che prevedono dal 2021 la messa al bando di stoviglie, posate ed altri prodotti monouso è importante, ma altrettanto importante è sapere che con scelte consapevoli sul nostro modo di alimentarci, vestirci, spostarci possiamo fare la differenza: ciò potrebbe essere un primo importante passo per un mondo più vivibile, soprattutto per chi ancora deve venire alla luce.
 
 
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