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Osteonecrosi da bisfosfonati: una storia d'altri tempi

Osteonecrosi da bisfosfonati: una storia d'altri tempiL’osteonecrosi della mandibola è un gravissimo effetto avverso, fortunatamente molto raro, dei bisfosfonati, farmaci fondamentali in oncologia per il trattamento delle metastasi ossee e per il controllo dell’osteoporosi. L’osteonecrosi della mandibola è osservata di solito nei pazienti oncologici; l’incidenza nei pazienti osteoporotici (tra 0,001% e 0,01%) è appena superiore all’incidenza spontanea delle osteonecrosi nella popolazione generale (<0,001%) (Khan AA et al, J Bone Miner Res 2015; 30(1): 3-23). I chirurghi maxillo-facciali conoscono bene il problema; ma questi gravi effetti avversi dei bisfosfonati non sono che la seconda ondata, a distanza di più di un secolo, di un problema ben noto ai medici, soprattutto britannici, al tempo della rivoluzione industriale. Ma andiamo con ordine.
 
La storia del fosforo, elemento fondamentale dei bisfosfonati e della componente minerale delle ossa, l’obiettivo della loro azione farmacologica, farebbe per molti versi la felicità degli appassionati di letteratura gotica. Tutto inizia con l’alchimista di Amburgo Hennig Brand che, da buon alchimista, voleva trovare la formula per trasformare i metalli vili in oro. La sua via alla pietra filosofale fu originale: bollire per giorni moltissima urina, sua e dei suoi vicini di casa. Il colore delle urine non era forse simile a quello dell’oro?

A parte la prolungata seccatura olfattoria legata alla procedura — accumulare 1500 galloni di urina, come si dice abbia fatto Brand, farli evaporare all’aria per giorni e poi bollire il residuo per distillarlo… — grande deve essere stata la delusione dell’alchimista quando, intorno al 1669, si ritrovò soltanto con un mucchietto di polvere biancastra di aspetto simile a cera e dall’odore di aglio, che aveva però una proprietà inattesa e sorprendente: emanava una strana luminescenza blu-verdastra nell’oscurità.Brand chiamò per questo la sostanza “fuoco freddo” e poi fosforo (“portatore di luce”): il suo nome rimane nella storia della scienza come quello del primo scopritore, identificato con nome e cognome, di un elemento chimico.
 
Brand conservò per anni il suo segreto, vendendolo poi ad altri alchimisti come il grande matematico e filosofo Leibniz (ebbene sì, il genio della prima elegante teorizzazione sistematica del calcolo infinitesimale, uno dei padri dell’informatica e del calcolo automatico e il filosofo delle monadi era anche un alchimista: fosse stato inglese l’avrebbero definito un eccentrico).
L’idea di quegli alchimisti di tre secoli fa era forse di utilizzare il fosforo di Brand sempre come una sorta di pietra filosofale per ottenere l’oro, ma in modo più imprenditoriale, usandolo al posto delle candele per illuminare le case.

L’idea si rivelò presto impossibile: la luminescenza è legata alla reazione spontanea del fosforo bianco con l’ossigeno atmosferico, ma basta un minimo di umidità perché quei vapori luminescenti si trasformino in un rogo che si alimenta del tentativo di spegnerlo con gli idranti oppure causino per semplice contatto gravissime ustioni perforanti da disidratazione e necrosi coagulativa dei tessuti quasi istantanee. Senza contare che i composti di fosforo che si formano spontaneamente puzzano terribilmente di pesce marcio e che il poco fosforo ottenuto da migliaia di litri di urina sarebbe costato un occhio della testa: solo nel 1769 due chimici svedesi iniziarono a produrlo dal fosfato di calcio delle ossa abbattendone il costo e solo dal 1850 circa il fosforo fu prodotto da fosfati minerali.
 
Charles Dickens L’atmosfera gotica che circonda il fosforo riguarda le tante storie sui fuochi fatui nei cimiteri o nelle paludi (“corpi santi”, “will-o’-the-wisp”) e le leggende sull’autocombustione dei corpi viventi: teoricamente possibile, ma mai realmente dimostrata. I microbi intestinali possono trasformare i fosfati del cibo in fosfine altamente reattive e infiammabili al solo contatto con l’aria, ma da questo a pensare che abbiano una qualche base reale le macabre leggende sull’autocombustione dei corpi viventi, popolarizzate in letteratura da Charles Dickens con il suo romanzo “Bleak House” (a lato un’illustrazione del romanzo)… Letteratura gotica, per l’appunto.
 
Ma torniamo all’osteonecrosi da bisfosfonati. L’inizio delle vicende di questo gravissimo effetto avverso di una classe di farmaci è in realtà di più di un secolo fa, molti decenni prima della scoperta dei bisfosfonati, ed è una triste vicenda di sfruttamento del lavoro femminile e minorile nell’epoca aurea del capitalismo laissez-faire, ma anche una pietra miliare nella lunga battaglia per migliori condizioni di lavoro e per la dignità della donna.
Ne parleremo la prossima settimana.
 
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Immagine dell'articolo: La scoperta del fosforo (1669): la luminescenza è molto esasperata. Dipinto di Joseph Wright (1771), proprietà del City Council della città di Derby, Regno Unito.
 
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Il Prof

Il Prof è medico internista, sempre in viaggio fra la Germania e l’Italia ma, quando può, collabora con PKE inviando articoli su temi scientifici un po’ insoliti.
 

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