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Porfirie (ma ne siete proprio certi?) e follia di sangue blu

Porfirie (ma ne siete proprio certi?) e follia di sangue bluIl futuro sembrava luminoso per il nuovo sovrano d’Inghilterra e Irlanda, Giorgio III di Hannover, nei primi anni del suo lungo regno: con la pace di Parigi (1763) dopo la Guerra dei Sette Anni, iniziò per la Gran Bretagna il periodo aureo che ne fece per due secoli il più vasto impero mondiale della storia. Ma per Giorgio III la sfortuna fece presto capolino: l’ostilità delle tredici colonie americane, le sconfitte di Lexington e Concord nel 1775, la dichiarazione d’indipendenza americana nel 1776, la sconfitta definitiva di Yorktown nel 1781, la pace di Versailles del 1783 e l’indipendenza degli Stati Uniti.

Soprattutto, la misteriosa malattia che iniziò nel gennaio-luglio 1765, quando il re aveva 26 anni, con dolori dell’addome superiore simili a coliche e urine di colore scuro. La crisi più grave, accompagnata da gravi problemi mentali, fu nel 1788-89 (il re aveva 50 anni); una nuova crisi nel 1811 lo rese cieco e del tutto incapace di attendere alle sue funzioni di sovrano. Fu l’inizio del periodo della Reggenza da parte di suo figlio; Giorgio III morì nel 1820.Una psicosi bipolare maniaco-depressiva, come si disse a lungo? Ma è difficile spiegare solo con una psicosi la presenza, durante le crisi, di diversi sintomi apparentemente non psichiatrici ma ben documentati nelle relazioni mediche. I bollettini della crisi del 1788-89 parlano, oltre che di dolori colici, di costipazione, elevata frequenza cardiaca, sudorazioni profuse, vampate, improvvise raucedini, “great weals on his arms” (grandi pomfi sulle sue braccia): tutti sintomi che oggi considereremmo espressione di alterata regolazione delle funzioni vegetative e d’organo. Le relazioni mediche parlano anche di debolezza muscolare, rigidità, crampi e andatura zoppicante, impossibilità di camminare o reggere una tazzina, all’epoca etichettati come “reumatismi” o “gotta”; e poi insonnia intrattabile, eloquio torrenziale, confusione mentale, allucinazioni e convulsioni, etichettati all’epoca come “delirio”. Non mancavano tremori, disturbi visivi, disturbi di sensibilità (“complained of heat and burning”, “scarce sensible of the Blisters applied to His legs” — “lamentava senso di calore e bruciori”, “era poco sensibile alle vesciche applicate sulle sue gambe”); inoltre il re non sopportava il contatto dei vestiti, delle lenzuola, della parrucca e della cravatta. Durante questi mesi il re era anche disfagico, aveva disturbi urinari e le feci erano pallide.

Nel novembre 1788 il re era “under an intire alienation of mind” e considerato “mad”: a causa della follia del re i Comuni approvarono in gennaio il “Regency Bill” che stabiliva la reggenza del Principe di Galles con poteri limitati e supremazia del Parlamento, una pietra miliare nella storia della democrazia rappresentativa; ma mentre il progetto di legge era all’approvazione finale della Camera dei Lord, come anche in altre occasioni Giorgio III ebbe uno spettacolare miglioramento e il 10 marzo riprese le sue piene funzioni sovrane.

Quest’apparente incongruenza tra ipotesi puramente psichiatrica e transitori sintomi del re portò cinquant’anni fa alla famosa ipotesi di Ida Macalpine e Richard Hunter (madre e figlio, ambedue psichiatri) che la malattia di Giorgio III fosse in realtà ematologica: una porfiria acuta, la porfiria variegata [ Macalpine I, Hunter R, Rimington C, “Porphyria in the royal houses of Stuart, Hanover, and Prussia. A follow-up study of George 3d’s illness”. Br Med J 1968; 1(5583): 7-18 ]. Il tema della follia da porfiria di Giorgio III si prestava ai ricami drammatici e molte furono, in Gran Bretagna, le produzioni cinematografiche, teatrali e televisive di successo sulla vicenda del re.

Abbiamo già incontrato nelle nostre conversazioni le porfirie, rare malattie genetiche della sintesi dell’eme, veicolo dell’ossigeno e della CO2 nel torrente circolatorio, come (improbabile) origine delle affascinanti leggende sui vampiri e i lupi mannari (Vampiri e lupi mannari) e come causa (quasi certa) dei sintomi psichiatrici che portarono Vincent van Gogh ai vertici della sua creatività artistica, ma anche all’automutilazione e al suicidio (Porfirie, non solo vampiri (forse), ma anche geni dell’arte). Peccato che la porfiria variegata di Giorgio III sia molto probabilmente solo una leggenda: oggi diremmo una “fake news”. Se si fosse trattato di una vera porfiria e non di una malattia puramente psichiatrica, avrebbero dovuto essere molti i casi di porfiria acuta negli aristocratici parenti del sovrano: semplici considerazioni di statistica bayesana fanno concludere (oggi) che la probabilità che Giorgio III fosse affetto da porfiria è in realtà trascurabile, nell’ordine del 0,001% [ Hift RJ, Peters TJ, Meissner PN, “A review of the clinical presentation, natural history and inheritance of variegate porphyria: its implausibility as the source of the Royal Malady”. J Clin Pathol 2012; 65(3): 200-5 ].

La morale della vicenda della follia di Giorgio III è che bisogna sempre diffidare delle etichette attribuite a posteriori a eventi drammatici solo in base al sentito dire e in assenza di dati obiettivi e incontestabili: le relazioni mediche del XVIII secolo erano vaghe e imprecise e i medici dell’epoca non disponevano delle certezze dell’analisi del DNA. Le teorie complottiste — strisce chimiche, autismo da vaccini e simili, e la storia di Giorgio III vi si avvicina molto — fondano sempre la loro pericolosa popolarità sul loro fascino, ma anche dallo sfuggire l’indagine con metodi obiettivi.
 
principessa Charlotte di Prussia I fan del complottismo però non demordono, anche se sempre in base al sentito dire: secondo lo storico inglese John C. Röhl, Giorgio III non fu il solo che sembrò soffrire della “Royal Malady”, la porfiria acuta. L’epistolario della nipote della regina Vittoria e sorella del Kaiser Guglielmo II Hohenzollern, la principessa Charlotte di Prussia (‘Ditta’, 1860-1919), riferisce di violenti dolori addominali che “vagavano” per il suo corpo: tipico di un dolore cosiddetto neuropatico come quello delle porfirie. L’epistolario riferisce inoltre dell’andatura zoppicante di Charlotte, delle vescicole sul viso, sintomo caratteristico di porfiria, delle urine rosso scuro; ben note erano le bizzarrie del suo carattere. Anche gli epistolari di Victoria Adelaide, madre di Charlotte e figlia della regina Vittoria, e della figlia di Charlotte, la principessa Feodora di Sassonia-Meiningen, testimoniano sintomi simili tipicamente ricorrenti [Rushton AR, “Diagnosing the dead: the retrospective analysis of genetic diseases”. J R Coll Physicians Edinb 2013; 43(1): 11-4 ].

Per i fan della teoria della porfiria acuta, la comparsa del gene difettivo tra i reali inglesi risalerebbe addirittura a Maria Stuarda e a suo padre Giacomo V Stuart sovrani di Scozia: le urine del figlio Giacomo VI (di Scozia) e I (d’Inghilterra e Irlanda) furono descritte “simili al vino di Alicante”. Esiste tuttavia solo un elemento obiettivo in tutta la secolare vicenda della “Royal Malady”: l’esame genetico del femore di Charlotte che confermò la diagnosi di porfiria variegata, dopo molte reticenze ufficiali a concedere l’apertura della tomba di un membro della famiglia imperiale tedesca, ma è possibile che la principessa Charlotte avesse ereditato il gene difettivo da un altro suo grande antenato, Federico il Grande di Prussia, anche lui forse (forse) colpito dalla porfiria [ Stevens RF, “The history of haemophilia in the royal families of Europe”. Br J Haematol 1999; 105(1): 25-32 ].

Gli Hannover, dinastia tedesca che all’epoca della Prima Guerra Mondiale trovò opportuno anglicizzare il suo nome in Windsor, si sono liberati del gene dell’emofilia B che segnò la loro famiglia a partire dalla regina Vittoria (L’emofilia, la malattia dei re e dell’aristocrazia europea della Bella Epoque), ma (forse) non si sono liberati della porfiria acuta, se realmente esiste (in questo caso probabilmente proveniente dagli Hohenzollern): la malattia fu diagnosticata clinicamente, senza esame del DNA, in un cugino dell’attuale regina, Guglielmo di Gloucester, morto in un incidente aereo nel 1972.

Abbiamo parlato delle accertate (emofilia B) e possibili (porfiria variegata) malattie genetiche ematologiche nel passato e (forse) nel presente della casa reale britannica: può anche interessare come sono distribuiti gli ematologi in Italia? Su Atlante Sanità, il database della sanità italiana che comprende oltre 1,4 milioni di anagrafiche di professionisti della salute, sono presenti 6.954 medici specializzati in ematologia, di questi 3.744 sono medici ospedalieri, 1.340 medici specialisti in attività privata.
 
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Il Prof

Il Prof è medico internista, sempre in viaggio fra la Germania e l’Italia ma, quando può, collabora con PKE inviando articoli su temi scientifici un po’ insoliti.
 

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